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Raccontare storie mediante tecnologie

Quali vantaggi possono derivare dall'introduzione di attività di Digital Storytelling nelle scuole? Riproduciamo la prefazione che Paolo Paolini, coordinatore scientifico del laboratorio HOC del Politecnico di Milano, ha scritto per il libro Storytelling digitale a scuola, di Nicoletta Di Blas.

Raccontare storie mediante tecnologie (in inglese, “Digital Storytelling”) coniuga due aspetti: la “storia” e le “tecnologie”. La nozione di “storia” è in realtà ambigua, perché è un termine usato per una varietà di fenomeni: la “fiction”, il documentario, lo spot pubblicitario, la favola, la guida turistica, la guida museale, lo spezzone per You-Tube, etc. Possiamo porci quindi alcune domande: cosa hanno in comune questi fenomeni, per cui possiamo usare per essi il termine “storia”? Perché le scuole dovrebbero mettersi a raccontare “storie” invece di continuare a fare quello che hanno sempre fatto (temi, relazioni, componimenti)?

Posto che i confini tra quello che è una storia e quello che non lo è sono sfumati, possiamo dire che quello che rende una comunicazione una storia è un atteggiamento dell’autore, che intende prendere il lettore per mano e condurlo lungo un percorso. Altrettanto importante è l’atteggiamento dell’ascoltatore, che si lascia prendere per mano e condurre lungo questo percorso. In questa accezione, una storia è diversa dalla comunicazione tradizionale: enfatizza un percorso narrativo e non pretende di essere organica o sistematica. Una storia non è una enciclopedia né un trattato: vuole avvincere e convincere, non organizzare ed esaurire un argomento.

Perché le scuole dovrebbero considerare le storie come uno strumento nuovo e didatticamente valido per migliorare il processo di apprendimento? Raccontare una storia, rispetto ad una tradizionale comunicazione scolastica, presenta, in linea di principio, due vantaggi: consente di valorizzare l’aspetto professionale della comunicazione e di adottare delle tecnologie di supporto.

L’aspetto professionale della comunicazione[1] era un obbiettivo che esplicitamente il Politecnico di Milano si era posto quando aveva iniziato a proporre storie digitali per le scuole: identificare il destinatario della comunicazione, mettere a fuoco il messaggio da veicolare, sviluppare il messaggio attraverso contenuti efficaci. Mentre la comunicazione scolastica, tipicamente, non è una vera comunicazione, perché il suo scopo di solito è quello di dimostrare che “si è lavorato bene”, una storia digitale online è una comunicazione vera, che spinge a ragionare su cosa si vuol fare, parlando a chi, perché e in quale modo.

HOC-LAB del Politecnico di Milano gestisce, dal 2006, il concorso di storytelling digitale per le scuole “PoliCultura”, basato sullo strumento-autore “1001storia[2]. Per realizzare una storia digitale, oltre, naturalmente, allo strumento-autore stesso, si usano molteplici tecnologie di base: audio, immagini, testi, video. L’uso delle tecnologie per realizzare storie offre i vantaggi di un grande coinvolgimento dei ragazzi, che sicuramente si divertono a lavorare con immagini, audio, suoni e video. In aggiunta, mentre lavorano alla storia, possono acquisire competenze chiave di comunicazione.

Se (nell’esperienza pluriennale di HOC-LAB) si è visto che il coinvolgimento mediante l’uso di tecnologie ha indubbiamente funzionato, molto meno bene ha funzionato l’obbiettivo di portare le scuole ad una comunicazione professionale. La grandissima maggioranza delle storie raccontate in PoliCultura non manifesta una consapevolezza degli elementi e delle dinamiche fondamentali della comunicazione (obiettivi, destinatario o destinatari, messaggi….); si tratta piuttosto, se vogliamo, di “saggi di fine anno”, in cui si dimostra che si è compreso un argomento e si è lavorato bene. Questo non vuol dire che non siano gradevoli, ben fatti o che non dicano cose interessanti: vuol dire che mancano di uno scenario comunicativo vero.

Ma tecnologia e comunicazione, seppure fondamentali, non esauriscono lo scenario. Nel tempo, dialogando con gli insegnanti per cercare di comprendere cosa avvenga in classe, abbiamo cominciato ad intuire che i processi che si mettono in moto sono complessi e ricchi di spunti di interesse che vanno molto al di là di quanto non fosse stato ipotizzato al principio.Abbiamo cominciato ad intuire che elementi apparentemente ancillari giocano invece un ruolo fondamentale: il fatto che il lavoro coinvolga la classe nella sua interezza, che il risultato diventi di pubblico dominio (sul Web), che l’argomento trattato si agganci al curriculum ma al tempo stesso lo superi.

Il coinvolgimento della classe nella sua interezza fa sì che la organizzazione e la sequenza del lavoro abbia una certa complessità: discussioni comuni sono seguite da fasi (individuali o a piccoli gruppi) di ricerca di materiali; seguono altre discussioni corali, poi ancora lavori in piccoli gruppi a singole parti della storia, poi attività più propriamente tecniche (registrazione degli audio, ritocco delle immagini…), poi discussioni sui risultati intermedi e così avanti.

Questa complessità (che spaventa qualche insegnante) ha vari risvolti positivi, non pianificati all’inizio, ma che si sono dimostrati di grande rilevanza. Innanzitutto, il processo risulta molto coinvolgente per gli allievi: i bravi si sentono protagonisti (e questo poteva essere previsto); gli allievi di medio livello si sentono trascinati in squadra (ed anche questo si poteva prevedere); gli allievi “difficili” (per qualsiasi motivo) si sentono galvanizzati dall’essere in squadra e spesso si impegnano molto di più di quanto di solito facciano nelle normali attività scolastiche (e questo non era previsto). Il grande coinvolgimento di tutti gli allievi ed in particolare di quelli normalmente in difficoltà è uno dei risultati più costanti, gradevoli e incoraggianti di PoliCultura.

Oltre agli aspetti motivazionali si attiva anche un processo di trasferimento di conoscenze articolato e positivo: insegnanti, allievi, esperti esterni, famiglie coinvolte, ... questi soggetti apprendono l’uno dall’altro. Sicuramente non siamo più di fronte a un trasferimento “verticale” di conoscenza da insegnante ad allievi, ma a un modello di apprendimento più vivace e più moderno. Questo argomento, tecnicamente chiamato “TPACK dinamico e distribuito[3], sta diventando uno degli argomenti di punta della ricerca di HOC-LAB, con notevoli riscontri internazionali.

Il fatto che le storie digitali realizzate siano rese di pubblico dominio (e partecipino ad un concorso) fornisce ulteriori elementi positivi: sviluppo del senso di responsabilità, “ferocia” nell’ottenere il risultato, rispetto di scadenze ed impegni, capacità di fare squadra…. Anche queste sono competenze importanti, che poco hanno a che vedere con lo storytelling digitale in sé, ma che come effetto collaterale vengono quasi sempre indicate dagli insegnanti come rilevanti.

Un ultimo cenno merita l’aspetto contenutistico: anch’esso non previsto all’inizio, ma di importanza fondamentale. Per vari motivi, gli argomenti trattati dalle scuole per le storie multimediali quasi sempre “sporgono” rispetto al curriculum. In qualche caso, questo è dovuto a richieste degli organizzatori (ad esempio quando è stato proposto di occuparsi dei temi dell’Esposizione Universale di Milano del 2015), ma in altri casi è una scelta libera degli insegnanti. Non è chiaro perché questo succeda: probabilmente perché una tecnica percepita come “esotica” e non tradizionale si ritiene debba essere associata a contenuti non tradizionali.

Le conseguenze di questa scelta sono interessanti (e non proprio in senso positivo): insegnanti ed allievi si trovano ad affrontare contenuti non noti a priori, senza libri di testo che li esauriscano. Quindi devono cercare i contenuti (in genere in rete), consultare esperti (molto raramente), inquadrare gli argomenti, sviluppare mappe mentali, selezionare i contenuti da veicolare, elaborarli, …. Queste competenze sono molto importanti, forse sono le competenze decisive per il terzo millennio. Saper acquisire contenuti su argomenti non noti a priori, orizzontandosi nel mare magnum della rete, è forse la abilità più importante da acquisire per un giovane. Il problema è che in questo ambito i risultati di PoliCultura sono quasi sempre modesti. Spesso si può constatare che l’acquisizione dei contenuti extra-curriculari è stata approssimativa, non si sono selezionate le fonti migliori, non si sono soppesate le diverse opinioni, non si è capito chi sono gli stakeholder autorevoli e chi i dilettanti. Forse la sfida è troppo ardua per la scuola di oggi: però è una sfida che non può essere elusa. Va affrontata e come affrontarla è uno degli argomenti di ricerca su cui HOC-LAB si sta muovendo.

Per tutto quanto precede, penso che questo libro possa rappresentare un importante contributo per la scuola italiana: per capire cosa può essere fatto, per incoraggiare ad osare, per individuare problemi e fornire qualche strumento per affrontarli. Il Piano Nazionale Scuola Digitale ha messo in agenda la evoluzione tecnologica della scuola italiana e questo è un elemento altamente positivo. Questo libro dimostra però che i problemi come le opportunità vanno affrontati con una visione ampia e critica, stimolata dalla esperienza concreta e dalla ricerca (di livello internazionale), e non eccessivamente semplificati, come a volte capita di vedere.


[1] L’argomento “storytelling digitale professionale” è oggetto di un modulo del DOL-Modular, un percorso di formazione per insegnanti offerto dal Politecnico di Milano. Il modulo ha sempre un numero ristretto ma appassionato di partecipanti. La maggioranza degli insegnanti (in base anche a quanto emerso da vari focus group) non sente, ad oggi, la esigenza di passare da una comunicazione scolastica ad una comunicazione professionale.

[2] Quando il nome è stato concepito il numero 1001 sembrava un traguardo irraggiungibile; oggi, oltre alle 100 storie prodotte da HOC-LAB, ci sono più di 1500 storie prodotte dalle scuole.

[3]TPACK è un acronimo che sta per “Technology, Pedagogy and Content Knowledge”; si tratta di uno dei modelli più diffusi oggi nell’ambito degli studi sull’integrazione della tecnologia nella didattica.

L'autore: Paolo Paolini

Coordinatore scientifico del laboratorio HOC; professore di ruolo al Politecnico di Milano (Informatica Grafica); docente alla Facoltà di Ingegneria e Disegno Industriale del Politecnico di Milano e docente alla Facoltà di Scienze delle Comunicazioni all'Università della Svizzera Italiana (USI), Lugano.

Guarda tutti gli articoli scritti da Paolo Paolini

Storytelling digitale a scuola

di Nicoletta Di Blas

editore: Apogeo Education

pagine: 160

Un manuale pratico per insegnanti con la voglia di innovare

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